L’Italia mantiene la leadership europea nella produzione di carta tissue, ma il settore deve fare i conti con una domanda estera in contrazione, importazioni in crescita e nuovi aumenti dei costi produttivi. Nel primo semestre 2026 l’export è diminuito del 9,8%, mentre le importazioni sono aumentate del 15,5%, in uno scenario che mette sotto pressione la competitività delle imprese. È il quadro delineato da Francesco Pasquini, amministratore delegato di Lucart e presidente del Gruppo tissue di Assocarta, durante il seminario “Tecnologie avanzate per efficienza, qualità e sostenibilità nel tissue”, organizzato nell’ambito del MIAC 2026.
Italia primo produttore europeo e terzo esportatore mondiale
Nonostante le difficoltà congiunturali, l’Italia conserva in questo settore una posizione di primo piano sui mercati internazionali. “L’industria italiana del tissue rappresenta una delle eccellenze del nostro sistema manifatturiero e continua a ricoprire un ruolo di primo piano a livello internazionale” ha affermato Pasquini. “L’Italia è il primo produttore di tissue in Europa, con oltre il 20% della produzione continentale, e dal 2018 al 2025 si è confermata il terzo esportatore mondiale, con una quota del 9,7% delle esportazioni globali e un surplus commerciale superiore a 1,5 miliardi di dollari, seconda posizione a livello mondiale” ha aggiunto il presidente del Gruppo tissue di Assocarta.
Una leadership costruita grazie alla capacità delle imprese di competere sui mercati esteri, ma che oggi richiede maggiore attenzione. «Questa leadership rappresenta un patrimonio industriale importante per il Paese e va tutelata e rafforzata, soprattutto in una fase in cui la concorrenza internazionale è sempre più intensa», ha sottolineato Pasquini.
Export in calo, importazioni in crescita
I dati del primo semestre 2026 evidenziano alcuni segnali di difficoltà. La produzione nazionale di carte tissue ha registrato una lieve contrazione, accompagnata da una diminuzione del 9,8% della domanda estera. In controtendenza le importazioni, cresciute del 15,5%, mentre il consumo apparente interno, che considera produzione, importazioni ed esportazioni, è aumentato del 3%.
A pesare sulle imprese è soprattutto l’andamento dei costi. Nei primi otto mesi del 2026 il prezzo del gas naturale è cresciuto del 16% e quello dell’energia elettrica del 16,8%. A questi rincari si aggiungono gli aumenti dei crediti di emissione di CO₂ (+8,4%) e della cellulosa BEK (+15,5%), una delle materie prime utilizzate nella produzione di tissue. Il peso dell’energia sui bilanci industriali è significativo: già nel 2025 la bolletta del gas dell’intero settore cartario aveva raggiunto circa 860 milioni di euro, pari al 10,8% del fatturato.
Pasquini: «Serve una politica industriale europea comune»
La combinazione tra domanda debole e rincari produttivi rende sempre più difficile per le aziende recuperare i maggiori costi attraverso i prezzi di vendita, con conseguenze sulla redditività e sulle risorse disponibili per gli investimenti. «In un mercato in cui la domanda resta debole e diventa sempre più difficile trasferire gli aumenti dei costi sui prezzi di vendita, la pressione sui margini rischia di compromettere la capacità delle imprese di investire e competere. Per questo la transizione energetica e la decarbonizzazione devono essere accompagnate da una politica industriale europea comune, che garantisca condizioni competitive eque e permetta di mantenere produzione, investimenti e occupazione in Europa, evitando il rischio di delocalizzazione», ha concluso Pasquini.